Ti insulto, ma con garbo


Comporre parolacce usando innocui nomi di biscotti: un modo per dribblare le censure.

“Sdraiati, vorrei schiacciarti per vedere se davvero mi porti fortuna…”.
Ci sono insulti che possono essere tanto pesanti quanto garbati: perché non usano parolacce.
Fanno parte di una categoria (le non-parolacce o “turpiloquio negativo”) di cui ho già parlato nel mio libro. Torno sull’argomento perché c’è una novità: da poco è stato aperto su Facebook un gruppo divertente: “1001 modi di insultare senza parolacce”.
Il gruppo ha già quasi 13 mila iscritti. E li merita tutti: non solo perché cita molte battute divertenti, candidandosi a diventare un prontuario di offese più o meno raffinate, ma perché evidenzia un aspetto importante delle parolacce: i loro labili confini con le parole “normali”. 


La pagina di Facebook dedicata agli insulti “puliti”.

Le parolacce, infatti, non sono parole vietate “in quanto tali”, per le loro qualità intrinseche, bensì per i contenuti che esprimono. Perciò, qualsiasi parola più diventare una parolaccia se veicola un senso offensivo, un’emozione negativa o un aspetto della vita da maneggiare con cura. Per esempio, negli ultimi anni “talebano”, è diventato uno spregiativo (= fanatico, retrogrado, incolto), ma di per sé la parola significa “studente di una scuola coranica”. E persino un complimento può diventare un insulto: la frase “Ma quanto sei intelligente”, pronunciata con tono sarcastico, significa esattamente l’opposto (“Quanto sei cogl ione”).

Gli insulti raccolti da Facebook rappresentano un caso particolare.
Dal punto di vista storico, discendono da due generi letterari: i fescennini, gare di insulti in rima (da loro è nato il rap) e l’invettiva.
Dal punto di vista linguistico, si avvicinano all’eufemismo. Sono, in sostanza, giri di parole. E si basano sugli stessi meccanismi umoristici delle barzellette:
1) sono indovinelli con trabocchetto. Il destinatario dell’insulto è costretto a una prova d’intelligenza, a decodificare una frase apparentemente innocua. Per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano. Per fare un altro esempio: “Stai bene con la riga in mezzo; solo non capisco quel foro al centro cosa sia” o “Se fatichi a far uscire uno dei tuoi soliti ragionamenti, prova con delle prugne”, o “Non ti disturba stare seduto sul tuo cervello?” sono modi puliti di dire “faccia da cu lo”. E il destinatario non fa una bella figura se non capisce il trucco: com’è accaduto di recente allo staff di Letizia Moratti, quando ha preso sul serio il Tweet-beffa: “Il quartiere Sucate dice no alla moschea abusiva in via Giandomenico Puppa”. Ovviamente, il quartiere Sucate e via Puppa non esistono…


Fotomontaggio ironico sullo scherzo giocato alla Moratti.

2) con un linguaggio neutro, sotto il manto del rispetto, contrabbandano pensieri aggressivi. Per esempio: “Ehi ciao ! Senza preservativo in testa non ti avevo riconosciuto” = sei una testa di caz… Oppure: “Devo dire che senza tavoletta e catenella fai tutto un altro effetto” = sei un cesso . O: “Resta pure sulle tue ma ti prego, scendi dalle mie” (= non rompermi i cogl).
Questa ostilità è espressa con una forza controllata, ben più temibile della forza bruta. Come dire: mi dai fastidio, ma non sei degno di farmi sprecare energie in rabbia.
Insomma, le non-parolacce stanno alle parolacce come l’erotismo alla pornografia.

3) fanno ridere. Come nelle barzellette, si ride quando si decifra il senso nascosto di una frase, di un doppio senso. E si ride anche del destinatario dell’insulto, preso in giro in modo teatrale ma “con i guanti”: se è una persona di spirito, anche lui potrebbe ridere di sè stesso. Questo non può avvenire con gli insulti diretti. Se diciamo a una persona: “Mi piacciono le piccole cose, ma col tuo cervello si esagera”, suscitiamo il riso; ma se  diciamo lo stesso concetto in termini crudi (“Sei un cogl”) esprimiamo direttamente il disprezzo. Ma al tempo stesso perdiamo autorevolezza, perché le parolacce squalificano anche chi le dice. I giri di parole, invece, non hanno questo inconveniente: chi li dice non perde prestigio (anzi, in qualche modo lo acquista, esibendo il proprio autocontrollo).
 

Questo meccanismo creativo può valere per gli insulti, e anche per le maledizioni (= augurare il male a qualcuno), come nelle espressioni: “Vai a giocare a mosca cieca sull’autostrada”, o “Vai a nuotare nella vasca degli squali”.
Ma questi giri di parole non sono applicabili alle imprecazioni: se vi pestate il dito col martello, difficilmente esclamerete “Prodotto intestinale!”, o “Organo genitale maschile!”.
Per un motivo molto semplice: le imprecazioni sono risposte neurologiche, sono modi automatici di reagire del nostro organismo a una situazione di dolore e stress. Il nostro cervello ha imparato ad associare un’emozione violenta con un’espressione, e la usa come sfogo, senza filtri razionali. Ma di questo parleremo un’altra volta…