Il 26 gennaio scorso l’ufficio stampa della Case Western Reserve University School of Medicine di Cleveland ha confezionato un lungo comunicato per annunciare che un teorico del proprio Dipartimento di Biologia Molecolare, Erik Andrulis, aveva publicato un “incomparable model that unifies physics, chemistry, and biology” su Life, una rivista open-access (si può cioè accedere online e gratuitamente agli articoli senza necessità di iscrizioni o appartenenza ad organizzazioni specifiche perchè il costo di pubblicazione è sostenuto direttamente o indirettamente dagli autori) e peer-reviewed (la revisione tra pari, il controllo pre-pubblicazione sulla “bontà” del lavoro prodotto da parte di alcuni colleghi scienziati).
Nel giro di qualche ora il comunicato stampa veniva ripreso e riproposto tale e quale e con grande evidenza da PhysOrg e Science Daily, due importanti siti che offrono le ultime news scientifiche, e rilanciato su tutti i social network.
Lo Show della Scienza
Come funziona la comunicazione spettacolo che mette la scienza sotto i riflettori, con effetti non sempre positivi?
Leggi l’articolo di Marco Ferrari su Focus.it.
Dopo appena due giorni appariva su ArsTechnica un duro commento di John Timmer, biochimico e tante altre cose, dal titolo inequivocabile “How the craziest f#@!ing “theory of everything” got published and promoted” e così, in men che non si dica, ogni traccia del subdolo comunicato veniva cancellata sia dal sito dell’Università (ma non da EurekAlert) che da PhysOrg e Science Daily.
Non voglio entrare nel merito delle cose scritte da Andrulis ma, fidatevi, si tratta di cose che sconfinano nel delirio - una impressione che già una semplice lettura dell’Abstract rendeva fondata – la proposta di un modello qualitativo in grado di spiegare tutto, gravità quantistica, transizioni di fase, struttura dei sistemi viventi e mutazioni del DNA. Un caso esemplare di crackpot (produttore di fuffa pseudoscientifica).
Si tratta di un caso estremo, me ne rendo conto, ma non è isolato e ci può insegnare alcune cose. Ci insegna per esempio che non tutto quello che viene prodotto nelle Università ha dignità scientifica anche se è pubblicato su una rivista peer-reviewed, che la politica di alcuni uffici stampa è guidata da un’imbarazzante e spasmodica ricerca di visibilità, che molti siti ripubblicano acriticamente i comunicati degli uffici stampa, che i risultati della ricerca scientifica vengono spesso trattati alla stregua di una news giornalistica, che c’è bisogno di gente competente che legga bene prima di ricopiare, che se uno legge bene poi non ricopia, che per fortuna esistono (come dimostra ArsTechnica) gli anticorpi. Ma allora, di chi ci possiamo fidare?
Nel quieto mondo pre-social network la discussione attorno ai risultati della ricerca era per lo più confinata nelle accademie e nei centri di ricerca e solo nei casi più clamorosi e certi finiva nelle pagine dei giornali per essere sezionata, analizzata, digerita e raccontata. Nella maggior parte dei casi si intervistava un esperto e si tentava di costruire uno schema che rendesse comprensibile ai più il senso della scoperta. La divulgazione, il passaggio successivo, la spiega insomma, era compito di poche riviste specialistiche o attendeva il lento procedere di un libro. Era una maniera ingessata di fare informazione ma sufficientemente rigorosa, ognuno stava al suo posto e si occupava di quello che gli competeva.
Sapete bene che non è più così, si sono moltiplicati gli strumenti di comunicazione e l’accesso alle fonti è più semplice e rapido. Gli scienziati sono sempre più coinvolti nella diffusione del loro lavoro presso il pubblico dei “non-esperti”, le accademie e i centri di ricerca si sono dotati di strumenti di promozione sempre più efficienti, le riviste specialistiche misurano non solo quanto è apprezzato un articolo tra gli scienziati (attraverso il numero di citazioni che riceve negli articoli dei colleghi) ma anche quanto è popolare, quanti “mi piace” e quante condivisioni ottiene nell’universo digitale. I giornalisti, d’altro canto, provano a entrare a piedi uniti nel merito delle questioni, costretti ad un lavoro investigativo che è sempre più necessario e la divulgazione avviene in tempo reale e passa soprattutto attraverso i blog e i siti specializzati. La comunicazione dei risultati della ricerca scientifica, approfittando di questa epoca di condivisione-lampo degli affari di tutti, sta insomma diventando una gara a chi arriva subito sulla notizia (ammesso che ci sia), a chi la spara più grossa o a chi trova la bufala per primo. Poi parte il chiacchiericcio, il brusio del web.
Il degrado dell’informazione è cosa nota, una notizia, qualsiasi notizia, prende vie impreviste, si trasforma e può diventare altro da quello che era in origine. Nel campo della comunicazione della scienza bisogna essere molto cauti, bisogna saper distinguere tra risultati certi (non mi dilungo sul significato di “certi”) e speculazioni, tra suggestioni e traguardi parziali, proposte e risposte. Bisogna essere consapevoli che la ricerca è un lungo cammino tortuoso e che le cose devono sedimentare, che il tempo è una variabile importante. È un duro lavoro signora mia ed è un grave errore dimenticarsene.
Dimenticate allora quanto popolare possa essere un sito di informazione scientifica, lasciate perdere i comunicati stampa, fregatevene di quante volte è stato condiviso un lavoro su twitter, cercate piuttosto di capire chi sta scrivendo cosa e come lo scrive. Un blog gestito da un ricercatore con il pallino della divulgazione vale mille volte di più di qualunque sito di news scientifiche che fonda la propria autorevolezza solo sulla base dei numeri. Sono passione e professionalità assieme che creano gli anticorpi, è quello che dovete cercare.
P.S. Vi consiglio vivamente di leggere, magari vi è sfuggito, Lo show della scienza, l’articolo che Marco Ferrari ha pubblicato una settimana fa su Focus.it e che affronta in profondità queste ed altre questioni che riguardano la comunicazione scientifica. Se poi non ne avrete avuto abbastanza, altre cose sui blog di scienza le troverete qua.



Grazie Peppe, analisi che spero giri al di la” dei confini degli addetti ai lavori. Pensavo al percorso del lavoro di Andrulis, che poi è quello seguito da molti altri lavori. Partiamo dal momento in cui l”ufficio stampa della sua università ha deciso di divulgare la notizia. E fermiamoci subito. Perchè ho notato che molti uffici stampa di accademie scientifiche sono gestiti da persone che hanno studiato o PR/Marketing o Giornalismo (non scientifico). Questo potrebbe essere uno delle prime fonti di errore, che poi si propaga secondo leggi che tu conosci meglio di me. Un giornalista scientifico forse sarebbe piu” cauto (o forse anche no, dipende da quanto i vertici gli schiacciano il collo).
Si, in quel caso sarebbe più cauto. Il problema però è quello che dici tu, certe pressioni ci sono e il rischio è che si faccia solo da “passacarte” perché quello che si chiede è di far esplodere la notizia su tutte le piattaforme possibili, si chiede visibilità ad ogni costo. A quel punto è compito dei giornalisti indipendenti quello di fare da “cani da guardia” (oltre al normale lavoro di review dei colleghi ricercatori ma quello va da sé) sapendo che di certi siti non ci si può fidare completamente. Le analisi sulla faccenda dei neutrini superluminali o il racconto dei risultati di LHC che abbiamo letto su certi blog (due o tre italiani e gli altri no) gestiti da ricercatori che di queste cose ne sanno sono state una fonte importante di informazione anche per il giornalista che voleva capire bene la faccenda per tradurla poi in un linguaggio più comprensibile al lettore “non-esperto”. Insomma, bisogna saper scegliere (le fonti).
Il giornalismo scientifico, in linea con una tendenza che riguarda tutto il giornalismo, si è progressivamente indebolito a favore degli uffici stampa e degli uffici di relazioni pubbliche. Per produrre le notizie, giornalisti mal pagati e mal equipaggiati si affidano ai comunicati stampa o a materiali disposti in “kit informativi” ben confezionati, magari arricchiti da formati multimediali. Chi ha poco tempo, poche risorse e spesso poca preparazione per approfondire e per mettere a confronto la versione ufficiale con fonti indipendenti, difficilmente svolge un lavoro giornalistico qualificato e credibile e una nicchia nel panorama informativo come il giornalismo scientifico risente particolarmente della precarietà professionale che sta investendo il mondo della comunicazione.
Per avere qualche dato su come è aumentata la presenza dei professionisti delle pubbliche relazioni nelle istituzioni di ricerca e il loro impatto nella copertura mediatica della scienza si può leggere questo articolo di Bucchi pubblicto qualche anno fa sul Sole 24 ore
http://massimianobucchi.nova100.ilsole24ore.com/2007/09/tra-giornalismo.html
@pitrelli, grazie per la segnalazione, sarà interessante capire cosa è accaduto dal 2007 ad oggi, proverò ad indagare.
Grazie, Peppe, per questo bell”articolo!
E grazie anche al sig. Petrelli per il suo contributo!
Pardon.. Il Sig. Pitrelli