Ricorderete tutti il clamore suscitato dalla presentazione, avvenuta il 23 settembre dello scorso anno al CERN di Ginevra ma anticipata dai soliti rumors sui siti più informati, dei primi risultati delle misure dell’esperimento OPERA (Oscillation Project with Emulsion-tRacking Apparatus).
La notizia
I neutrini non sono più veloci della luce
Il dossier
Come funziona l’esperimento OPERA
Non poteva non suscitare interesse e sconcerto apprendere che i neutrini erano in grado di viaggiare più veloci della luce nel vuoto facendo scricchiolare, per la prima volta nella storia, la teoria della relatività di Einstein.
La retromarcia
Ieri però abbiamo avuto, per merito di Edwin Cartlidge su Science Insider, l’altrettanto clamorosa notizia che lo scricchiolio è forse nell’esperimento e non nella teoria. Una prima conferma arrivava quasi immediatamente dallo spokesman del CERN James Gillies su ABC News mentre le prime dichiarazioni di Antonio Ereditato, il portavoce di OPERA, le riportava Wired citando il contenuto di una email non sappiamo indirizzata a chi. In realtà si trattava di stralci della dichiarazione ufficiale, raccolta da Eugenie Reich su Nature News, che confermava le indiscrezioni:
“La collaborazione OPERA, continuando la sua campagna di verifiche sulla misurazione della velocità dei neutrini, ha individuato due problemi che potrebbero influenzare significativamente il risultato riportato“, uno dovuto ad connettore di una fibra ottica che sembra non funzionare correttamente e che ha registrato un tempo di volo dei neutrini più breve di quello effettivo e l’altro legato ad una errata sincronizzazione degli eventi.
La breve dichiarazione si concludeva con queste parole: “Questi due problemi possono modificare il tempo di volo dei neutrino in direzioni opposte. Pur continuando le nostre indagini, al fine di quantificare in modo inequivocabile l’effetto sul risultato osservato, la collaborazione è impaziente di effettuare una nuova misurazione della velocità dei neutrini non appena un nuovo fascio sarà disponibile nel 2012. Un ampio rapporto sulle verifiche di cui sopra e i risultati saranno a breve messi a disposizione dei comitati scientifici e delle agenzie“.
Così funziona la ricerca scientifica
Insomma pare tutto perfettamente in linea con la pratica della scienza, che è una disciplina dura, dove l’errore è sempre dietro l’angolo ma le contromisure funzionano e si trova sempre il modo di auto-correggersi. Ed in effetti, in generale, è così anche se questa vicenda, che non è assolutamente conclusa, ci può insegnare altre cose. Ad esempio ci insegna una volta di più che la fretta gioca brutti scherzi e se la fretta si accompagna ad un’esposizione eccessiva verso i media quando poi si trova il problema son dolori.
L’esperimento è estremamente complesso e fu per questo e per sviluppare ulteriori analisi ed approfondimenti che non tutti i membri della collaborazione OPERA firmarono la prima versione del preprint subito depositato su ArXiv in attesa di essere inviato per pubblicazione a qualche prestigiosa rivista (per esempio Luca Stanco dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Padova, come scritto da Jon Butterworth sul Guardian).
Prudenza tardiva
Adesso le dichiarazioni sono ispirate alla massima prudenza (“Per il momento la collaborazione ha deciso di non produrre un resoconto quantitativo, perché dobbiamo ricontrollare e discutere i risultati in modo più approfondito” dice Caren Hagner, membro di OPERA presso l’Università di Amburgo, su Nature News), forse conveniva esercitarla meglio prima.




Come hai più volte sostenuto in diversi luoghi virtuali, ci vorrebbero maggiore attenzione e meno conferenze stampa da parte di chi la scienza la fa, più pazienza e professionalità da parte di chi la scienza la narra al grande pubblico.
Non voglio prendermi questo merito. In questo caso particolare son stati parecchi, anche all”interno della collaborazione, quelli che hanno criticato certe iniziative. È una lezione anche per chi fa informazione, su questo non c”è dubbio.
Stelle di prima generazione vecchie quasi quanto il big bang dentro la nostra galassia. Redshift e blueshift incompatibili fra loro. Ammassi globulari esito di una catastrofe cosmica all”epoca del big bang … Ora, addirittura, galassie iperfossili vecchie il doppio del big bang. ”Pur baldo di speme l”uom ultimo giunto le ceneri preme di un mondo defunto” … Sembrerebbe che viviamo in un universo pre esistente al big bang, e che lo stesso non sia stato completamente cancellato dal big beng stesso. Tredici virgola sette miliardi di anni fa, non è che la fabbrica di fuochi d”artificio è esplosa in mano al ”Rubbia” di turno? Siccome non faccio carriera universitaria (e nemmeno letteraria), e neanche sono un fisico. ne null” altro che un libero ricercatore di verità, mi permetto strampalate ipotesi in piena libertà … (beato me!). PS: Per non parlare della velocità dei ”presunti” neutrini… Italiani, Italiani, che figura!